




Memo ( quando il cervello va in pappa).

I reati senza offesa ai beni giuridici.
Siccome io sono un po’ tardo sulle nozioni, mi appunto qui un esempio pratico su una tematica dell’esame che sto affrontando, e in particolare tratterò dei reati senza offesa ai beni giuridici e ancor più radiograficamente dei reati di pericolo concreto (legittimi) e di quelli di pericolo astratto (sui quali versa un tremebondo dubbio di legittimità costituzionale).
Per chi fosse profano in materia chiariamo subito che i reati di pericolo concreto sono quei reati che hanno bisogno di un accertamento da parte del giudice, attraverso una prognosi ex ante. Mentre per quelli di pericolo astratto non ce n’è bisogno, visto che il legislatore (che non ha uno stracazzo da fare nella vita) classifica una classe di comportamenti tali che possano creare un pericolo di lesione al bene (e qui c’è il dubbio di legittimità costituzionale, perché questi ultimi cozzano col principio di offensività come una fetta di mortadella potrebbe cozzare in un Manhattan).
Ma faccio un esempio pratico.
Siamo alle soglie del duemila. Il sagace signor Epislazulo, un simpatico automobilista, non si ferma al semaforo rosso di un incrocio. Non ci chiederemo se il nostro sgargiante eroe fosse lì in cerca di meretrici o semplicemente perché stava facendo un giro per provare i nuovi subwoofer regalatigli da Irmenio, un suo amico elettrauto.
Se ragionassimo in tema di pericolo concreto, il giudice ( che simpaticamente chiameremo Deustenio Albenghi) dovrà, nella sua prognosi ex ante, calarsi [nevvero] al momento in cui è stato commesso l’ illecito del codice stradale. E quindi dovrà accertare se vi siano stati pedoni che in quel momento sopraggiungevano ( tipo una parata commemorativa del Ku Klux Clan) autorizzati dal verde del semaforo pedonale (vallo a dire a un pedone daltonico), se altri veicoli sopraggiungevano (tipo Martin McFly con la sua De Lorean, che stava sempre OVUNQUE E IN TUTTE LE ERE), e se vi siano state effettivamente delle lesioni a utenti della strada rispettosi dei segnali. Se il giudice Albenghi non rileverà nulla di tutto questo, allora il reato non si configurerà.
Se invece ragionassimo in tema di pericolo astratto, il giudice potrà liberamente spipparsi sotto la toga, visto che il legislatore ha già classificato un comportamento simile (l’attraversamento col rosso del signor Epislazulo) come reato.
Resta solo da capire se la frantumazione delle mie palle è costituzionalmente legittimo. E soprattutto se le palle siano un bene giuridico da tutelare.
Adesso i miei neuroni possono riposare in pace. Amen.
Sono le due del pomeriggio. Ti colleghi alla tua casella postale per vedere che novità ci sono (tipo se ti ha scritto Svatleria, la nota ballerina di lap dance ucraina con la quale stai avendo una fitta conversazione e che un giorno sposerai per interesse)…quando, mentre bevi il tuo caffè, qualcosa ti fa sussultare.
FW.
Questa è la sigla del Male. Una catena di Sant’ Antonio. La seccia* è dietro l’angolo.
Cominci a sudare freddo, posi mooolto lentamente la tazzina del caffè, aspettando un segnale d’ azione, cercando di mettere assieme le idee. Se la leggi sei spacciato, alla fine della mail millemila e dodici maledizioni si abbatterano su di te se non invierai ad almeno mezzo emisfero terrestre il prezioso contenuto che deve essere condiviso. Se non la leggi sei spacciato lo stesso. L’ autore della mail/catena, quasi sempre presente nel tuo elenco contatti ti aprirà una finestra su msn pronunciando le seguenti parole: ” MA NON HAI LETTO LA MAIL”!??!?!??
Questa è una società catenacciara, e il Trap ne andrebbe fiero.
Ma tralasciando per un momento il carattere postumo della lettura o non lettura, orsùdddunque cominciamo con l’ analizzare le tipologie di catene che ci si parano davanti:
Episodio #1: La Morte di Msn.
Tom e Jerry, I NOTI DIRETTORI DI MSN, hanno deciso che msn deve chiudere perché c’è troppa gente (un po’ come all’ora di punta sulla metro di Milano), e quindi si prodigano dai loro uffici di fantasilandia a rompere le palle A TE, provvedendo ad avvisarti di cambiare account o di mandare questa mail al mezzo emisfero di cui sopra, per riuscire ad essere presente su una sorta di presunta “lista” che ti premetterà di usufruire ancora della nota chat. Insomma non proprio il primo della lista, ma neanche l’ ultimo degli stronzi.
Episodio #2: Il Virus.
Quante volte vi sarà capitato di aprire una mail FWardosa e di leggere: “NON ACCETTARE PROSOCOPIO@HOTMAIL.COM, E’ UN VIRUS”!!!!!!!!!!!!!
Non c’è proprio nessun virus. Chiunque con il bagaglio tecnico della Scuola Radio Elettra sa che i virus non si propagano con contatti di msn, bensì con programmi creati ad hoc e contenuti in mail o in siti/specchietto (il pishing, con buona pace dell’ Associazione medici Urologi italiana). Quindi sappiate che Prosocopio potrebbe essere un vostro potenziale miglior amico, fatene buon uso e aggiungetelo alla vostra lista, se ve lo chiede.
Episodio #3: Il Test.
Non avendo un cazzo da fare, i creatori di catene, rinchiusi nei loro uffici di creatori di catene (accanto a quello di Tom & Jerry featuring Provolino), decidono che è arrivato il momento di sapere qualcosina su di te. Tipo se hai le ascelle pezzate o fai la prova conchetta per l’ alito ogni volta che esci con una ragazza.
In men che non si dica ti ritroverai un mega-test davanti ai tuoi occhi, realizzato con 475655857686968464543554 domande tra cui anche quelle di cultura Austro-Ungherese pre settecentesca, alle quali DOVRAI rispondere, per non fare la solita figura dell’ asociale.
Episodio #4: La Bambina Leucemica. Con Poesia Glitterata annessa.
Un moto di commozione ha accompagnato l’ invio di questa mielosa catena a favore di una non meglio identificata bambina leucemica, quasi sempre dal nome dolce e tenero (tipo Katy o Sue Ellen). Il tuo compito è quello di..si insomma è una grossa responsabilità…insomma di…cioè no..alla fine…uhm.
Oh, non ho mai capito che cazzo ci devo fare con cose come queste. Che mano posso dare? Non ho una clinica privata, non sono un gastro enterologo, da piccolo non giocavo manco all’ allegro chirurgo, cazzo!
Segue poesia strappalacrime RIGOROSAMENTE SCRITTA IN ROSA E CON NON MEGLIO SPECIFICATI GLITTERS.
Episodio #5: “mia moglie comprò delle mutande e disse le metterò in un occasione speciale...poi morì. Ora io mi godo la vita e sono buono con tutti “.
E' chiaro a tutti che il marito portava peste.
Insomma cari creatori di catene, non prendetevela se persone di buon senso non rispondono appena leggono “FW” nell’ oggetto della mail, non torturate l’ anima a chi cerca di passare gli ultimi minuti di relax in giro per la Rete, non malediteci con ogni sorta di pestilenza se non inviamo il testo della mail, insomma, forwardatemi 'sta ceppa!
P.s. Se non invierai questo post ad almeno 25 persone con soglia di sbarramento al 5% col proporzionale alla tedesca sarai colto da pus esagitato per sette anni di seguito, non troverai l’ amore o meglio lo troverai nella tua vicina di casa baffuta e puzzerai. Molto.
*Seccia = sét-cià. Malaugurio, grave anatema lanciato da un individuo verso uno o più individui.
Pato, ti Schifo.

E non perché sia interista e tu milanista.
Ti schifo perché guadagni più tu a 18 anni che io in 35 anni di servizio con tutti i contributi. Che peraltro manco li devo cominciare, i 35 anni di servizio, visto che gli unici servizi che faccio sono quelli tipo “vai a prendere il pane”, tra una sessione di studio e un’ altra.
Ti schifo a morte perché in due settimane hai conosciuto una bonazza che fa le telenovelas brasiliane, le hai offerto ognibbendiddio e un altro po’ te la sposi. Mentre io ho dovuto farmi l’ account su maispeis.
Inutilmente.
Ti schifo, perché DOPO AVER FATTO UN GOL A SAN SIRO ( gol bellissimo e figlio della tua freschezza atletica da diciottenne brufoloso) le hai dedicato il gesto sportivo, guardandola con la tua vista da diciottenne lucida e perfetta, mentre lei era seduta in tribuna accarezzando il diamante/cocciolone che le hai regalato per il vostro undicesimo non – anniversario, mentre mimavi ( e lo facevi pure male!) il gesto del cuore con le due mani incrociate. Pareva più na patana, Pato. Io, Pato, non ho mai saputo giocare a pallone. Alle medie quando dovevano fare le squadre durante l’ ora di educazione fisica per andare a scorticarsi sul campo fatto di cemento armato, io ero scelto sempre per ultimo e solo, in un angolo, cantavo F. De Gregori mentre gli altri giocavano.
Ti schifo e ti odio perché hai occupato tre quarti e una ntecchia di tutte le trasmissioni sportive della domenica, ovvero il mio sonnifero ideale, con Mosca che si lubrificava la sciarpa osannandoti, Mughini in preda a crisi spastiche (anche se questo è abbastanza normale) e con Teo Teocoli che tentava di leccarti le chiappe da diciottenne (sode e ben proporzionate, peraltro) via collegamento. Io una volta sono stato intervistato, Pato. Per telefono. Era l’ operatore della telecom che voleva sapere se eravamo soddisfatti dei servizi offertici da Tronchetti Provera. Aggiungo che ho le piaghe da decubito al culo, visto che o studio, o sto davanti al pc, o suono la batteria, ossia lo strumento per antonomasia per quanto riguarda le piaghe da decubito al culo.
Ti schifo perché quando sei venuto a Milano, con volo pagato dalla società, hai subito trovato un lussuoso appartamento al centro, passeggi a via Montenapoleone mettendo mano alla Visa da diciottenne, e magari tieni un parco videogiochi che farebbe invidia al figlio di Shigeru Miyamoto. Io vivo da solo in mansarda, Pato, sono andato qualche volta in aereo prenotando il volo mesi prima, a volte con paracadute sotto il sedile escluso, se devo comprare un maglione mi devo sorbire l’ urlo cosmico di migliaia di casalinghe inviperite per i saldi in uno dei 585684595 centri commerciali che ci sono nella mia zona (tutti BRUTTISSIMI, Pato), e non ti dico che devo fare per procurarmi un gioco, altrimenti mi citofona la finanza fuori casa nel momento in cui finisco questo post.
Insomma, Pato, giovane ragazzo brasiliano, io ti Schifo, che tu possa diventare amico di Fabrizio Corona, così fai la fine di Adriano e ti perdiamo definitivamente.
Prosopopea di Amilcare Dentino

Amilcare Dentino era un uomo dabbene. Prima di morire spiaccicato per mano (o sarebbe meglio dire “per ruota”) di una Mini Minor.
Pesava pressappoco una cinquantina di chili scarsi su un metro e sessantatrè, metteva la cravatta ogni giorno e curava sempre il suo aspetto, da bravo uomo normale.
Era sposato a una donna grassa e sporca, che lo circuiva continuamente vessandolo e ricoprendolo di incarichi che andavano oltre il suo senso di responsabilità grande quanto una nocciolina, ma nonostante tutto la amava, avendo vissuto con lei sin da giovane, quando si trasferì nel suo stesso condominio, vivendo una storia d’ amore che sapeva di caffè bruciacchiati e parole non dette, di modi socialmente ben visti e da paure laceranti cullate su un lettino da cameretta per bambini cresciuti male.
Amilcare Dentino si laureò a 24 anni in Giurisprudenza, con 110 e lode e grosse pacche sulle spalle. Il giorno della sua laurea grassi sorrisi lo circondavano, e tutti erano felici. Felici di essere felici per il nostro Amilcare, il quale vomitava in bagno proprio al momento delle foto. Alla festa di laurea furono generati nel bagno del ristorante molti amici del futuro figlio di Amilcare, il quale a sua volta fu generato sul sedile posteriore di una vecchia Fiat Duna.
Una vecchia passione del Nostro era collezionare involucri di protezione per strumenti d’ alta tecnologia. Comprava portatili e palmari, per poi conservarne con cura il cellophane protettivo, stando attento a non graffiarlo né a macchiarlo. Collezionava protezioni di oggetti di comunicazione, gettando via il verbo e conservando il velo che lo barricava. Egli detestava esser preso in giro dai suoi colleghi, impiegati di una segreteria universitaria (già, perché la laurea gli schiuse le porte dei concorsi pubblici) che lo issarono a mascotte dell’ ufficio. Li detestava così tanto che dalla sua postazione pc apriva il Paint e cominciava a disegnare assurdi ghirigori in viola, premendo sul tasto del mouse con tutta la forza che aveva nel suo corpicino da unmetroesessantatrè.
Amilcare, dopotutto, viveva una vita normale e ben stirata. Fino a quel maledetto giorno della Mini, che lo investì in pieno centro, mentre si apprestava ad entrare da Expert, per prendere l’ ennesimo portatile di ultima generazione e gettarlo via. Dopo i funerali, brevi e con pochi affetti, Amilcare passò il resto della sua esistenza ultraterrena ad apparire in sogno ai suoi conoscenti, spiegando loro quanto gli mancassero e parlando del più e del meno, vivendo una stirata e normale vita ultraterrena che sapeva di naftalina.
Fu così che ebbe inizio la prosopopea di Amilcare Dentino.
il Culo della bottiglia.

Se il 2007 fosse un bancone da bar, io sarei il solito vecchio amico dell’ orario di chiusura, seduto sullo sgabello con l’ aria trasandata che pensa alle sue ultime avventure.
Se il 2007 fosse una bottiglia di whisky, io ci guarderei il culo, ci guarderei. Col viso deformato dal vetro e tutto il resto.
Se il 2007 fosse un assegno, sarebbe non trasferibile e senza il mio nome sopra, sicuro.
Se il 2007 fosse una puttana, sarebbe di quelle brutte e col trucco sfatto, col mascara che picchia sulla pelle rugosa, che mi sorride mostrando le fessure dei denti.
Se il 2007 fosse una giostra, io avrei fatto tutti i giri, come i bambini, e avrei fatto anche quello di stramacchio, nascondendomi nella carrozza a forma di zucca.
Se il 2007 fosse un evidenziatore usato per rileggere paragrafi, capitoli e note di due esami andati male a dicembre, sarebbe un evidenziatore consumato, di quelli che hanno fatto, nonostante tutto, il proprio lavoro e i dovuti tentativi.
Se il 2007 fosse una sigaretta, nuocerebbe gravemente alla salute.
Se il 2007 fosse una cartolina, sarebbe una di quelle sfatte e senza francobollo, senza racconto amèno dietro e senza “saluti & baci”.
Se il 2007 fosse un paio di occhi, sarebbero stanchi e con le occhiaie.
Se il 2007 fosse un libro, sarebbe “On the Road” di Kerouac. Letto in pieno Agosto alle rive del Po.
Se il 2007 fosse un bambino, sarebbe il sorriso incoraggiante di un nipote di sei anni che ha badato a te per tre mesi tre.
Se il 2007 fosse una coppia di amici, sarebbero di quelli coi quali puoi condividerci anche delle rapine.
Se il 2007 fosse un organo del corpo, sarebbe un malleolo duro a morire.
Se il 2007 fosse un amore, sarebbe un amante non corrisposto e dall’ orgoglio piegato.
Se il 2007 fosse un blog, sarebbe questo qua.
Se il 2007 fosse un genitore, avrebbe il volto provato ma ancora pieno di speranze, con uno sguardo di quelli che ti comprenderebbe per i tuoi sforzi.
Se il 2007 fosse un giocattolo, sarebbe un’ altalena di legno non autorizzato dalla CEE.
Se il 2007 fosse una canzone, sarebbe sicuramente Christmas Card From a Hooker in Minneapolis, di Tom Waits.
Se il 2007 sarebbe un pensiero confortante, sarebbe il desiderio di vivere un 2008 degno di questo nome, e senza sbagliare un congiuntivo.
Cameriere, un altro, e lascia qui la bottiglia.
update: aprite a pag. 56 del libro ragazzi, capitolo lennon81.
















In Rainbows, We cry…

*post da sfiorare con “In Rainbows” in sottofondo
I tessuti cerebrali riprendono vigore attraverso gli impulsi emanati dal nuovo lavoro dei radiohead, un album dalla solarità nascosta ma pulsante, dalle vibrazioni che fanno intrecciare le idee e guizzare i nervi del corpo.
La mente vaga e si trastulla su ciò che sei, un embrione di uomo che verrà, di giochi da adulto, di primi schiaffi in faccia dalla realtà glaciale e tagliente come la lama di un coltello.
E fai questo, e fai quello, e metti un tappo nel culo delle tue passioni!!!
Questa età può essere davvero devastante, siamo come dei reduci, come dei sopravvissuti pirati in quei film futuristici a
Cerchiamo complicata semplicità nei ritagli di amori e amicizie, pretendiamo, esigiamo senza nessun pass ricevuto da nessun entourage, scaviamo con la mente nei nostri ricordi mentre con un piccolo coltellino svizzero incidiamo incerti il futuro, preoccupandoci di non intaccare l’ opera (!) d’arte.
Siamo gli amplificatori di ciascuno di noi, raccogliamo le paure degli altri, dei nostri cari e le conserviamo gelosamente, come un retaggio comune e familiare, una Grande Famiglia che resta in piedi per non sentirsi soli.
E’ l’ unione allora che ci tiene saldi e al caldo, forse è questa la nostra ultima risorsa?
Benché se ne dica, nonostante cerchino di fotterci, siamo una generazione unita e cresciuta troppo in fretta, da bravi pirati sopravvissuti.
Prodotti onirici pensanti, resi nudi e sbeffeggiati, ma mai domi, cazzo.
Questo blog necessita di nuova corteccia, con un vestito più semplice e meno frac grafici, è ufficiale. Perché la linfa scorre lenta dai rami, ma scorre.




Run For Your Life.

